lunedì 27 dicembre 2010

Un Paese e la sua gente

Credo in questo Paese e nella sua gente
È la frase che si può leggere nella pagina del sito della Generalitat de Catalunya, dedicata al suo nuovo Presidente, 
Artur Mas i Gavarró: http://www10.gencat.cat/elpresident/AppJava/cat/index.jsp#

Questo è il video del suo giuramento al palazzo della Generalitat de Catalunya il 27 dicembre 2010, messo in linea dal suo partito, CIU (Convergència i Unió). Quella che in questo montaggio non si sente, ma che Mas ha pronunciato, è la frase del giuramento in cui promette non solo la fedeltà alla costituzione spagnola e allo statuto catalano ma, fuori dal protocollo, anche la "piena fedeltà al popolo di Catalogna". Messaggio chiaro lanciato ad uno stato, la Spagna, che ha delegato ai tribunali la difesa dell'integrità della patria. Uno stato che ha inviato solo il terzo vicepresidente del Governo a rappresentarlo. Uno stato che invia ogni giorno il re, la regina, il principe o le "infante" a inaugurare ospedali e linee ferroviarie, ma non ad assistere al giuramento del presidente di una delle sue più importanti comunità autonome.

domenica 26 dicembre 2010

Nicolau Maria Rubió i Tudurí


Ho sempre pensato di informarmi meglio su un architetto catalano poco conosciuto, almeno fuori dall’ambiente degli addetti ai lavori, che ha lasciato un’impronta importante visibile a tutti progettando giardini che chiunque ha visto, almeno una volta a Barcellona. Mi riferisco a Nicolau Maria Rubió i Tudurí, nato a Menorca nel 1891 e morto a Barcellona novant’anni dopo. Tutti passeggiano nel suo “Turó park” e molti hanno visto o sentito parlare del parco della villa La Tamarita, che si trova proprio all’inizio della sfolgorante avinguda Tibidabo.
Una vita lunga e una cultura amplissima l’hanno portato dal neoclassicismo dei giardini del Palazzo reale di Pedralbes, fino al razionalismo di Le Corbusier con la sede di Ràdio Barcelona al Tibidabo.

Quello che mi affascina di lui è la capacità di mescolare i linguaggi più apparentemente tradizionali e declinarli ad un uso contemporaneo sempre con l’obiettivo del confort, dell’uso civile, fuggendo dalla rigidità monumentale.
Non era solo, in quell’inizio del Novecento, a staccarsi dai dogmi del razionalismo tedesco, troppo freddo per la latitudine della Catalogna. Forse non si trattava solo di medierraneità perché anche altri, come lo sloveno Jože Plečnik, che a Praga restaurava il castello medievale o l’inglese Sir Edwin Lutyens, sapevano maneggiare il linguaggio classico con colonne, modanature e capitelli, in modo da non far percepire dove finiva l’antico e cominciava il moderno.

mercoledì 22 dicembre 2010

Finalmente il Governo...

Domani la Generalitat di Catalogna avrà un nuovo presidente. Artur Mas potrà essere eletto in seconda convocazione dal Parlamento quando è sufficiente la maggioranza semplice, grazie all'astensione del PSC.
Contemporaneamente dovrà affrontare le conseguenze delle sentenze del Tribunal Costitucional e la del Tribunal Suprem che stanno obbligando alla revisione del modello di immersione linguistica, che dal 1983 ha permesso di salvare la lingua catalana e di garantire una convivenza riconosciuta e lodata da tutto il mondo.
Il giornale ARA distribuirà questa immaginetta in formato adesivo per farne una campagna popolare di protesta e, finalmente, il Governo della Generalitat dovrà reagire formalmente di fronte a quello che è solo l'ultimo di una serie di attacchi da parte delle istituzioni spagnole.
Dopo il segnale lanciato il 10 luglio scorso dal milione di persone scese in piazza, adesso tocca al nuovo Presidente muovere la pedina.

domenica 19 dicembre 2010

Velocità...


La realizzazione della rete ad alta velocità spagnola, che proprio ieri ha inaugurato il tratto Valencia-Madrid, procede a macchia di leopardo: non ha ancora completato quello fra Figueres e Barcellona e non si sa ancora la data di fine dei lavori. Oggi, per andare in treno da Barcellona fino in Francia, si deve arrivare a Figueres con la linea normale, cambiare stazione e prendere l'alta velocità. 
Da notare anche il fatto, insolito, che nessuna autorità pubblica spagnola o catalana abbiano assistito al viaggio inaugurale. 



giovedì 16 dicembre 2010

Scelta rosa

Questo è il testo del comunicato di una nota agenzia di stampa italiana sull'elezione della prima donna presidente del parlamento catalano. Superficialità, errori, banalità, ci fanno dubitare una volta in più sull'affidabilità di professionisti dell'informazione in italiano.

"Inedita scelta rosa, eletta Nuria de Gisbert del partito Ciu.
Nuria de Gisbert, del partito nazionalista moderato Ciu, e' diventata oggi la prima donna presidente del parlamento di Catalogna. Durante la seduta costitutiva del 'Parlament', dopo le elezioni di novembre vinte da Ciu, de Gisbert e' stata eletta con 77 voti a favore su 135.
La settimana prossima e' prevista l'investitura da parte del parlamento di Barcellona del leader di Ciu Artur Mas quale nuovo presidente della Generalitat, il governo regionale catalano".

La presidentessa del parlamento si chiama Núria de Gispert e non Gisbert. La scelta "rosa", come la definisce l'agenzia, sarà anche inedita per la massima carica, ma non lo è per il Parlamento, arrivato in questa legislatura ad una presenza femminile del  41,5 % .
A parte la genericità della traduzione "partito nazonalista moderato",  non ci sembra corretto paragonare il parlamento di una comunità autonoma spagnola ad uno regionale italiano. 
Scrivere questo vuol dire non sapere nemmeno di cosa si parla, vuol dire che si passano le proprie giornate a girare per ristoranti e ambasciate, anzichè fare il lavoro per il quale si è profumatamente pagati. 

mercoledì 8 dicembre 2010

Restituzione di un simbolo

Siamo sotto Natale e i lavori di ricostruzione delle Quattro Colonne a Montjuïc sono quasi terminati.
Prima di ogni giudizio estetico si deve sapere che questo monumento fa parte del progetto generale concepito nel 1919 dall'architetto Josep Puig I Cadafalch, fu realmente eseguito e restò al suo posto fino al 1928.
Si tratta quindi della restituzione, dovuta, di una parte importante della storia e dell'unità del progetto. Trattandosi di un simbolo la sua importanza aumenta ancora di più in quanto testimone del tentativo di una comunità di tornare alla normalità. 
Può non piacere a prima vista, soprattutto per coloro che non ne conoscono la storia
Può non piacere anche a coloro che non accettano la realtà di un Paese come la Catalogna, che si riconosce nei propri simboli.
Fra pochi mesi il monumento farà parte dell'intorno, non se ne parlerà più cosí tanto ma tutti continueranno a vedere le quatre barres con capitello ionico che simboleggiano una Catalogna colta e civile.

Segnaliamo:
 http://www.elpunt.cat/noticia/article/2-societat/5-societat/342575-quatre-barres-coronades.html
e questo video dell'emittente Barcelona Televisiò BTV:


www.btvnoticies.cat

lunedì 6 dicembre 2010

Stato d’allarme e stato democratico

Scriviamo queste righe mentre la vicenda è in corso. Non sappiamo come andrà a finire e cerchiamo di andare oltre la semplice notizia della chiusura dello spazio aereo spagnolo come conseguenza di un’astensione di massa da parte dei controllori di volo che ha tenuto in scacco il paese il giorno dell’inizio del ponte dell’Immacolata, che in Spagna è chiamato della “Purissima”.
Come prima cosa si deve chiarire che lo sciopero dei controllori è inaccettabile, non si può lasciare tutto un paese senza trasporto aereo senza preavviso adeguato soprattutto in periodo di ferie. Questo comportamento non ammette scuse.
Ciò detto, anche la reazione del governo spagnolo che, con il Real Decreto 1673/2010 de 4 de diciembre http://www.boe.es/diario_boe/txt.php?id=BOE-A-2010-18683, ha decretato lo stato d’allarme, è inspiegabile. In un paese democratico nessuna ragione può giustificare che un collettivo civile sia sottoposto al potere militare per il solo fatto di scioperare e invece questo decreto ha trasformato i controllori di volo in personale militare.  
La sospensione di diritti e libertà prevista dalla costituzione in alcuni casi, era vista sinora come abbastanza retorica e pensata per i casi di catastrofe naturale, fino a quando proprio un governo socialista l'ha fatta tornare reale e presente.
Secondo la legge, durante lo stato d’allarme, i militari e la polizia possono – come sembra sia accaduto- andare a prendere le persone a casa loro e costringerle a lavorare con la forza, sotto minaccia di finire davanti a un giudice militare anziché civile.
Il Decreto è rivolto ai controllori di volo, ma questo apre diverse questioni: se qualcuno esprime solidarietà con i lavoratori si può considerare coinvolto, quindi giudicabile militarmente? E di quante persone si parla: decine, centinaia, migliaia? Risulta evidente che, di questo passo, i limiti sono difficili da determinare e le conseguenze della sospensione delle libertà costituzionali possono diventare imprevedibili.
La vicenda che ha portato alle misure straordinarie prese dal governo di Lluís Rodriguez Zapatero non è così recente da giustificare un provvedimento di tale peso e urgenza. Da anni i controllori di volo avvisavano di essere disposti a prendere posizioni estreme di fronte ad una riduzione dei privilegi imposta dalle circostanze. Si tratta di un collettivo con stipendi da favola, con un potere contrattuale molto alto, deciso a far valere le proprie ragioni per quanto ingiustificate possano sembrare ai comuni mortali.
Da diversi mesi le minacce di reazione erano sempre più chiare e non c’è stata da parte del governo e di AENA, la società aeroportuaria statale spagnola, la capacità di gestire il conflitto. In pratica non si è fatto abbastanza per evitare il prodursi di una situazione estrema, anche se del tutto prevedibile, come quella che viviamo in questi giorni.
La militarizzazione di un gruppo di lavoratori ha generato multiple conseguenze -visto che non è certo che si possano trasformare centinaia di operatori professionali in altrettanti soldati- e ne ha provocate molte altre riportando la Spagna ad una condizione di fragilità costituzionale mai vista dai tempi del tentativo di colpo di stato del colonnello Tejero.

giovedì 2 dicembre 2010

Novità sulla legge che vieta le corride

Dal 2012 entrerà in vigore la legge catalana che proibisce le corride nel suo territorio. Intanto questa settimana il Tribunale Costituzionale ha accettato il ricorso, promosso da un senatore del Partito Popolare, che sostiene che le Comunità autonome non sono competenti per vietare questo tipo di spettacoli, in quanto si tratta di manifestazioni culturali e anche imprenditoriali. Per dare maggior forza all’azione, molte di queste Comunità governate dal PP, prima fra tutte quella di Madrid, hanno dichiarato le corride “bene d’interesse culturale”. Vale la pena notare che nelle elezioni catalane del 28 novembre, il PPC - sezione catalana dello spagnolissimo partito di Aznar - ha guadagnato posizioni ed è la terza forza  in parlamento. Nel 2006 era al 10,64% e adesso con il 12,33%  ha 18 seggi. 

lunedì 29 novembre 2010

I falsi amici



Prima di parlare delle elezioni del parlamento catalano è utile fare una precisazione lessicale. Le parole non hanno lo stesso significato dappertutto. Il sostantivo nazionalismo, usato in Italia o in Germania, possiamo dire che sia quasi un insulto. 
Il Vocabolario della lingua italiana di Nicola Zingarelli lo definisce testualmente come “Tendenza e prassi politica fondata sull’esaltazione dell’idea di nazione e nazionalità”.  Secondo il Diccionari de la llengua catalana dell’Institut d’Estudis Catalans nacionalisme è “Ideologia i moviment que reivindica l’organització política independent d’una nació” .
È chiaro che quando in due lingue lo stesso termine ha significati diversi - in linguistica questi casi si chiamano “falsi amici” - una traduzione superficiale e inesatta può portare a un’erronea  interpretazione dei fatti.
I due vocaboli italiani più adatti per tradurre nacionalisme sono indipendentismo e catalanismo, a seconda dei casi. Per poterne comprendere a fondo il significato è indispensabile conoscere la storia della Catalogna, che vede nella cultura e nella lingua segno di vitalità e veicolo della propria stessa sopravvivenza.

La politica in questo paese, a nostro modo di vedere, è da interpretare riferendosi prima che a ogni altra cosa a questa contrapposizione fra le formazioni che impostano la politica in chiave spagnola a quelle che lo fanno in chiave catalana. Naturalmente ci sono molte sfumature e nei partiti convivono spesso le due anime.

Questa premessa, forse un po’ lunga, ci permette di capire come mai  i partiti confederati Convergència Democràtica ed Unió Democràtica de Catalunya (CIU) sono tornati al potere e perché il Partit dels Socialistes (PSC), con i suoi soci nel governo tripartito Esquerra Republicana e Iniciativa per Catalunya, ha perso le elezioni. 
La risposta sta nel quoziente di indipendentismo e nell’insoddisfazione degli elettori che si sono spostati da un partito all’altro.

I socialisti in Catalogna hanno una base legata al Partido Socialista Obrero Español di Zapatero, e un’altra componente più catalanista e propensa alla mediazione. Quelli che nel loro elettorato vedono le cose in chiave spagnola non hanno gradito l’attivismo indipendentista di Esquerra Repúblicana al governo e hanno deciso di votare un’altra compagine che riflette meglio la loro sensibilità: è probabile quindi che i voti dell’ala spagnolista del PSC siano andati al Partit Popular, che ha visto così aumentati i consensi fino a divenire la terza forza in parlamento, nonostante le posizioni xenofobe locali e un anticatalanismo viscerale nel resto di Spagna.

Il conto più salato lo ha pagato Esquerra Repúblicana, che ha dimezzato i consensi. L’emorragia di voti si spiega sempre con la stessa chiave: gli elettori di questa formazione, storicamente indipendentista, non hanno sopportato lo spagnolismo dei socialisti ed hanno optato per CIU, catalanista da sempre e che raccoglie anche molti indipendentisti, soprattutto dopo la manifestazione che il 10 luglio scorso ha visto in piazza un milione e duecentomila persone reclamare l’autodeterminazione per il popolo catalano. I più arrabbiati hanno poi optato per la neonata Solidaritat Catalana di Joan Laporta, che propone la dichiarazione unilaterale dell’indipendenza dallo stato spagnolo come primo obiettivo per poter procedere all'amministrazione di uno stato proprio, nel seno dell'Unione Europea.

Convergència Democràtica de Catalunya ha ha avuto in Jordi Pujol il leader capace, in 23 anni di governo, di costruire un paese ma anche i problemi che hanno tutti i partiti quando mantengono il potere per troppo tempo: se non si è trattato di corruzione, di sicuro è stato malgoverno. Ciononostante, nei sette anni di traversata del deserto e con una campagna elettorale ottimamente condotta, i suoi dirigenti sono riusciti a convincere tutti i catalani che il loro progetto è valido. Ripetiamo tutti i catalani, perchè hanno avuto la maggioranza di voti in tutti i collegi elettorali del paese.

Il presidente uscente Josè Montilla, primo segretario del PSC, annusava da tempo la disfatta e non riusciva a dominare il nervosismo. Alla fine si è riscattato moralmente assumendo la responsabilità e annunciando che non si ripresenterà come segretario e, all’ultima ora, lasciando anche il seggio che gli spetta come capolista in parlamento. Non tutti sanno fare autocritica in questo modo.

Artur Mas sarà dunque il presidente dei una delle più antiche istituzioni di autogoverno d’Europa, la Generalitat di Catalunya. Aveva passato gli ultimi sette anni lavorando in parlamento e nel territorio, sapendo che la maggioranza degli elettori aveva votato per lui ma accettando l’unione che tre partiti avevano messo insieme per governare il paese in nome della sinistra. Nel discorso della notte della vittoria elettorale ha dato, fra le molte, tre parole d’ordine che fanno ben sperare: umiltà, responsabilità, speranza. Non tutti sanno vincere in questo modo.


Se è vero che il fattore catalanista si è rivelato più importante dell’unione in nome della sinistra ed ha portato il tripartito alla sconfitta, è altrettanto vero che il nuovo presidente dovrà fare attenzione all’altra parte importante del suo elettorato, quella indipendentista. E, naturalmente, ai falsi amici.



domenica 28 novembre 2010

Il voto in Catalogna





Come funzionano le elezioni del parlamento e del presidente
Ricordiamo che la legge non prevede l’elezione diretta del capo del governo e che saranno dunque i partiti a decidere, sulla base dei seggi ottenuti, chi votare per la massima carica della Catalogna. Per maggiore visibilità, ogni formazione si presenta comunque con un proprio candidato alla presidenza. Un sito internet della Generalitat permette un aggiornamento in tempo reale dei dati a www.parlament2010resultats.cat

Chi si presenta
Convergència i Unió de Catalunya (CIU) è la  federazione di due partiti, liberal-democratici (CDC) e i democristiani (UDC). Il risultato è un gruppo di fede catalanista, che propone la trattativa con lo stato per ottenere il “concerto economico”, come Navarra ed Euskadi, che consiste nel tenersi tutte le tasse e pagare allo stato solo i servizi che presta . Il candidato presidente è il 54enne Artur Mas, attuale capo dell’opposizione. Laureato in scienze economiche ha una lunga esperienza anche se, da quando Jordi Pujol ha lasciato la politica dopo 23 anni ininterrotti di presidenza del paese, non è riuscito a riportare il partito al governo. Questa volta tutte le inchieste lo danno per vincente.

Tre partiti con esperienza
Dietro l’angolo c’è sempre la possibilità che altre formazioni possano sommare i propri seggi per riproporre un governo a tre, anche se stavolta l’ipotesi sembra piuttosto remota. La prima, alla guida anche del governo uscente, è il PSC, (Partit dels Socialistes de Catalunya). Di orientamento socialdemocratico, abbastanza diviso fra una componente “autoctona” e catalanista - che a suo tempo ha espresso persone come Pasqual Maragall -  e un’importante base nella classe lavoratrice immigrata più legata al partito di Zapatero, il PSOE (Partito Socialista Obrero Español). Il suo candidato è il presidente uscente  José Montilla, serissimo e gran lavoratore, immigrato da bambino, che ha governato spesso con difficoltà tentando di terere insieme la coalizione nota come il “tripartito”. La seconda è Esquerra Repúblicana de Catalunya (ERC). Fondata nel 1931 ebbe primo presidente Francesc Macià, uno dei padri del catalanismo moderno. Nelle sue file ha contato molti martiri fra i quali Lluís Companys, il Presidente della Generalitat fucilato dalle truppe franchiste. Dopo la lunga clandestinità, alterna successi elettorali a pesanti sconfitte e, secondo le inchieste, sta per subirne un’altra a causa di divisioni interne e dell’ultima legislatura, vissuta “pericolosamente” con i socialisti troppo filospagnoli. Il suo candidato è Joan Puigcercós, in politica dal 1987, nato nel ’66. Sanguigno e popolare, politicamente preparato, si lascia sfuggire dichiarazioni pesanti probabilmente per tamponare l’emorragia di voti che gli esperti diagnosticano
Terza forza del governo uscente è ICV-EUA (Iniciativa per Catalunya Verd), un partito catalano che ha sviluppato la sua proposta a partire dal marxismo, passando per l’ecologia, arrivando all’odierno “ecosocialismo” una declinazione molto arretrata, a nostro modo di vedere, dell'ambientalismo. Formatosi nel 1987 come Iniciativa per Catalunya, dal 2003 forma una coalizione con Esquerra Unida i Alternativa e riunisce varie anime che, da sole, non raggiungerebbero il quorum per entrare in parlamenti e consigli municipali. Il suo giovane candidato Joan Herrera, nato nel 1971, sta cercando di aggiustare i piatti che il suo partito ha rotto durante l’ultima legislatura, assumendo i ministeri (conselleries) dell’interno e dell’ambiente. Le previsioni sono al ribasso.

Sono rimasti alla finestra
Esponenti molto attivi dell'opposizione sono stati due. Il Partito Popolare di Catalogna (PPC) versione catalana di quello spagnolo di Aznar. Nonostante l’ombra franchista di alcuni suoi componenti e i ricorsi al Tribunale Costituzionale contro lo Statuto di Autonomia catalano, sta scalando la classifica parlamentare. La sua candidata Alicia Sanchez Camacho riesce a bilanciare il razzismo di suoi amministratori locali con la sua immagine presentabile, raccogliendo il consenso di un ceto medio, forse fuggitivo dal PSC che, come diceva Totó, si è “buttato a destra”.
Albert Rivera, nato nel 1979, è avvocato e presidente del Ciutadans-Partit de la Ciutadania (C’s), nato da un movimento populista che opera principalmente contro la politica dell’immersione linguistica che vige in Catalogna da ormai 30 anni con risultati riconosciuti in tutto il mondo. Il suo partito è entrato nel 2006 in parlamento con tre deputati e ne esce con uno solo: uno si è dimesso e l’altro si è “messo in proprio”. Difficile ma non impossibile il ritorno nell'aula parlamentare.

Aspiranti parlamentari offresi
Fra tutte le liste, senza precedente presenza in parlamento, che si sono presentate, segnaliamo due importanti gruppi, dei quali sentiremo parlare, perché raccolgono le istanze di indipendentismo che non trovano espressione nei partiti finora citati. Sono promossi da persone molto influenti e conosciute, presenti in passato nella politica catalana, che possono riservare qualche sorpresa.Solidaritat Catalana per la Independència (SI) non è solo il partito dell’ex presidente del Barça Joan Laporta, ma anche di due fuoriusciti come il giurista Alfons López Tena (CIU) e Uriel Bertran (ERC). Si tratta di una delle due compagini che propone l’indipendenza dallo stato spagnolo, dichiarata unilateralmente senza trattative. L’altra, Reagrupament Indipendentista (RI) è una costola staccatasi da Esquerra Republicana, capeggiata dal medico di Puigcerdà Joan Carretero, ex Conseller (ministro) del governo della Generalitat. Tutte e due devono risolvere spesso divisioni interne e problemi d'immagine. Dopo un'inizio entusiasmante, le previsioni danno solo qualche seggio, nella migliore delle ipotesi.

Altri
Ci sono in tutto 33 formazioni senza attuale rappresentazione che cercano di entrare in parlamento. Oltre alle due sopra citate, segnaliamo Partit Familia i Vida, Partit antitaurí contra el maltractament animal e varie formazioni comuniste, umaniste e provenienti dalla base. Salvo sorprese molto improbabili, non supereranno lo sbarramento.

martedì 9 novembre 2010

Barcellona riavrà uno dei suoi monumenti più importanti

La ricostruzione delle Quattro Colonne di Puig i Cadafalch a Montjuïc è cominciata. Si è trattato di una cerimonia a lavori già iniziati, per murare sotto la base del monumento un cilindro metallico contenente la documentazione della lunga battaglia sostenuta dalle associazioni civiche, quasi ottanta, riunite sotto la sigla LA XARXA cioè "la Rete" www.laxarxa.cat
Molti anni di richieste, raccolte di firme, organizzazione di dibattiti, una mostra itinerante...

Non si sono accontentati delle dichiarazioni - il Parlamento di Catalogna si era pronunciato ufficialmente nel 2005- e non hanno ceduto nemmeno alle pressioni di chi proponeva di costruirle di lato alla gradinata, in modo che non interferissero con la prospettiva.




Hanno raccolto l'adesione di gente della strada e personalità della politica e della cultura. In Consiglio comunale il gruppo ERC (Esquerra Republicana de Catalunya) si è battuto per ottenere l'impegno della Giunta e lo stanziamento del denaro necessario.

Alla fine ce l'hanno fatta, hanno ottenuto la ricostruzione, o meglio la restituzione delle colonne abbattute per ordine del dittatore Miguel Primo de Rivera nel 1928. Un'operazione come questa, la ricollocazione di un elemento tanto visibile quanto dimenticato, ha senso se si assume come la riparazione di un errore, di una distruzione avvenuta nel passato. Le obiezioni di carattere estetico sono fuori luogo, perchè si tratta della ricomposizione di un progetto realizzato a suo tempo, testimoniato da atti, disegni, fotografie e filmati.

Sono li, a pochi metri dalla posizione originale, e soprattutto saranno grandissime, alte diciotto metri -quando quelle del Partenone sono dieci metri e mezzo- perchè sono monumento esse stesse. Con due riferimenti: alla catalanità con il simbolo delle quatre barres e all'universalità della cultura classica con l'ordine ionico.

Sono dedicate a tutti coloro che in tutti i tempi hanno difeso la libertà della Catalogna.

lunedì 1 novembre 2010

Tornano le Quattro Colonne di Montjuïc

È fatta, finalmente venerdí 5 novembre 2010, alle 10.30 del mattino, ci sarà la cerimonia della posa della prima pietra del monumento delle Quattro Colonne sulla gradinata a Montjuïc, dietro la font màgica nella prospettiva verso il Palau Nacional, ora MNAC.

Fra poche settimane, dunque, si potranno rivedere le colonne, alte quasi 20 metri, più o meno nella stessa posizione dove si trovavano prima che il dittatore Miguel Primo de Rivera le facesse demolire nel 1928.
La posa sarà abbastanza simbolica giacchè le colonne sono state costruite fuori opera e manca solo il montaggio "in situ".

Siamo dunque al finale positivo di un lungo percorso portato avanti dalla Xarxa
d’Entitats Cíviques i Culturals dels Països Catalans.
Strada abbastanza lunga e dissestata, visto che già nel 2005 il Parlamento di Catalogna aveva votato a favore di questa ricostruzione. E, nel 2006, lo aveva fatto anche il Comune di Barcellona. Prima di quelle votazioni, però, c'era un lavoro durato anni, con raccolte di firme, appelli di ogni tipo e non pochi ostacoli.
Fra quelli che, per riconoscimento della stessa Xarxa, si sono impegnati in maniera determinante per l'esito dell'iniziativa vi sono i partiti di Esquerrra Repúblicana de Catalunya e Convergència i Uniò.

La cerimonia consisterà nel sotterramento di un cilindro contenente la storia e le vicissitudini di questo monumento, a futura memoria, come omaggio alla nazione catalana e a tutte le donne e gli uomini che hanno difeso la libertà.

lunedì 25 ottobre 2010

Scheletri nell'armadio



La vicenda ha dell’incredibile. Nel ventunesimo secolo, con le infinite possibilità di scambio di informazioni e la disponibilità di canali televisivi via satellite, mentre la pornografia e i terrorismo viaggiano sul web quasi senza controllo, il governo valenciano combatte una guerra contro le trasmissioni dei canali pubblici provenienti dalla Catalogna solo perchè sono in lingua catalana.

Si è arrivati al sequestro dei ripetitori, con manifestazioni e picchetti dei difensori della libertà di espressione. Sembra esagerato parlare di tutto ciò in uno stato come la Spagna e non certo di qualche regime autoritario, eppure i fatti parlano chiaro.

Protagonista della lotta è Acció Cultural del País Valencià, nota anche come Acció Cultural o ACPV, un'organizzazione dedicata allo studio e promozione del patrimonio culturale, artistico del País Valencià, un patrimonio sopratutto di tipo linguistico. Una buona metà del paese parla catalano, ma la lingua di Joan Maragall qui non è tutelata come nella vicina Catalogna e ci si è inventato un nuovo idioma, il valenciano, che in realtà è solo una delle varianti del catalano.
Da oltre 20 anni Acció Cultural si occupa direttamente dell’ emissione analogica e digitale dei canali pubblici TV3 33/K3 e 3 / 24, Catalunya Radio, e iCatfm a Valencia.

Il governo valenciano ha sempre combattuto questa attività ed ha sequestrato i ripetitori installati in punti strategici. Nel giugno 2007 ha condannato l’associazione a pagare una forte multa per il suo rifiuto di cessare le emissioni e sigillato i ripetitori di Carrasqueta (Jijona, Alacantí) e di Montduver (Gandia Safor).

L’ interruzione dei segnali ha provocato reazioni da parte dei partiti all’opposizione ed anche l'Istituto Interuniversitario di Filologia Valenciana e l'Accademia della Lingua valenciana hanno criticato pubblicamente il governo, per impedire la diffusione della lingua valenciana. Tutti auspicano come urgente un accordo di reciprocità fra governi e canali televisivi, per quello che considerano come un attacco alla libertà di espressione.

La notizia di questi giorni è che il governo spagnolo avrebbe rifiutato per motivi tecnici l’Iniziativa Legislativa Popolare che tentava di legalizzare le emissioni catalane nel territorio valenciano. Vedremo cosa succederà in questo paese, formalmente democratico ma che nasconde nell’armadio sorprese come queste.

giovedì 7 ottobre 2010

Qualcosa sta cambiando



Alla fine, dopo sette anni di confronto con il nucleo più duro della Giunta comunale di Barcellona, le colonne che si trovavano sulla scalinata del Palazzo Nazionale - ora Museo Nazionale d’Arte di Catalogna torneranno al loro posto. Erano state fatte demolire dal dittatore Miguel Primo de Rivera nel 1928 perchè simbolo inaccettabile di catalanità.

Molti invedenti
Se cieco era stato un regime distruggendo le simboliche colonne, non di meno lo sono stati coloro che si sono opposti, fino all’ultimo, alla loro riedificazione. Non stiamo parlando di vecchi nostalgici dei regimi fascisti, ma di consiglieri comunali del partito che attualmente, pur se in minoranza, governa la città, il Partito Socialista di Catalogna.

Una rete di comitati
I cittadini ce l’hanno fatta. Si erano organizzati in comitato ed avevano trovato l’appoggio di centinaia di personalità della cultura e dell’economia, ed anche di gruppi in consiglio comunale sensibili alla ricostuzione di simboli importanti, dal punto di vista storico e politico. La data dell’inaugurazione, ovvero del montaggio delle colonne che sono già costruite fuori opera, è fissata per il prossimo sabato 6 novembre.

Il modello classico
A nostro avviso si tratta anche di un progetto di grande raffinatezza. L’architetto e politico Josep Puig i Cadafalch, oltre all’ordinamento urbanistico dell’area destinata all’esposizione internazionale del 1929 aveva disegnato, recuperando un linguaggio classico declinato all’uso moderno, quattro colonne ioniche con altrettante vittorie alate in bronzo sopra i capitelli che non furono mai installate, al contrario delle colonne che rimasero al loro posto fino all’anno prima dell’inaugurazione dell’expo. Un regime povero di spirito non seppe neppure sostituirle, si limitò a cancellarle forse nel timore che fossero viste dai visitatori come un simbolo troppo catalano.

Come la bandiera
Dopo oltre ottant’anni quattro colonne alte 18 metri torneranno a svettare, come le quatre barres della bandiera catalana, sulla prospettiva della collina di Montjuíc.
Strana coincidenza, proprio pochi mesi fa un milione e mezzo di persone sono scese in piazza a Barcellona per rivendicare il diritto a decidere il proprio futuro. Contando che tutta la Catalogna conta 7 milioni e mezzo di abitanti, è una buona percentuale.

Forse sta cambiando qualcosa.

domenica 3 ottobre 2010

Parlamento Europeo pulito



Vi proponiamo la traduzione di una notizia trovata nel blog in.directe.cat del deputato europeo Oriol Junqueras che ringraziamo per la segnalazione.

http://in.directe.cat/oriol-junqueras/blog/4307/una-mesura-en-contra-de-la-corrupcio

Uno dei gravi problemi della politica è la corruzione. È come un tarlo che, lentamente, distrugge la fiducia dei cittadini nei propri rappresentanti politici (legame indispensabile per la democrazia). È per questo che i deputati del gruppo gruppo Verdi-ALE, ALDE (liberali e democratici) e del Partito Socialista abbiamo proposto che non si possano eleggere candidati indagati per delitti di corruzione, abuso, incitamento al razzismo o vincoli con gruppi mafiosi. È ovvio che molti deputati utilizzano l’immunità parlamentaria per evitare la giustizia e occorre trovare una soluzione.
Detto in altre parole: non è possibile che ci siano eurodeputati condannati per incitazione all’odio razziale o per negazione dell’olocausto, comen el caso del British Nacional Party di Nick Griffin. O che ci siano parlamentari come Mario Borghezio condannati per aver bruciato un pagliaio dove vivono immigranti. Nello stesso modo che gli assistenti e i funzionari che lavorano al Parlamento Europeo devono presentare un certificato penale, gli eurodeputati dovrebbero dimostrare che non sono mai stati condannati per reati di violazione di diritti fondamentali o relazione con gruppi mafiosi. Penso che questi ultimi dovrebbero essere inabilitati ad occupare una carica parlamentaria. La deputata italiana Sonia Alfano, a cui la mafia uccise il padre negli anni Novanta lo sa meglio di chiunque altro.




Ecco la dichiarazione scritta contro la mafia presentata al Parlamento Europeo che, se approvata da più della metà dei deputati, sarà adottata.

DICHIARAZIONE SCRITTA
presentata a norma dell'articolo 123 del regolamento
5.7.2010 0059/2010

Sonia Alfano, Eva Joly, Rosario Crocetta, Rita Borsellino

Dichiarazione scritta su un Parlamento pulito

Il Parlamento europeo,
– visto l’articolo 123 del suo regolamento,
A. considerando che il Parlamento deve garantire agli elettori la massima trasparenza possibile per quanto concerne le sue attività, in linea con le migliori tradizioni del parlamentarismo europeo,
B. considerando che la necessità di trasparenza ed efficacia è maggiore a livello europeo rispetto al livello nazionale, data la delicatezza e l’importanza di tali questioni, che riguardano mezzo miliardo di persone,
C. considerando che il Parlamento condivide la responsabilità della legislazione europea in settori che comprendono la cooperazione giudiziaria e di polizia in materia penale e dovrebbe, insieme al Consiglio, tutelare e promuovere i diritti fondamentali e dei cittadini, come stabilito dalla Carta dei diritti fondamentali,
1. ritiene che tali funzioni legislative non dovrebbero essere svolte da persone già condannate, anche in prima istanza e anche se la condanna non prevede l'interdizione dai pubblici uffici;
2. ritiene necessario che i candidati alle elezioni europee non siano stati condannati per corruzione, abuso nell’esercizio di funzioni pubbliche, istigazione al razzismo o reati legati al coinvolgimento in gruppi mafiosi, nella criminalità organizzata o nel terrorismo;
3. incarica il suo Presidente di trasmettere la presente dichiarazione, con l'indicazione dei nomi dei firmatari, al Consiglio, alla Commissione nonché ai governi e ai parlamenti degli Stati membri.

venerdì 10 settembre 2010

Elezioni del parlamento in Catalogna



Il 28 novembre 2006 José Montilla,del PSC(Partito Socialista di Catalogna), prendeva possesso della carica di Presidente della Generalitat, espressione della forma di governo della Catalogna, diventandone il capo. Giusto quattro anni dopo, terminando la legislatura completa, lo stesso giorno si svolgeranno le elezioni del nuovo parlamento. Secondo la legge elettorale che ancora non si riesce a riformare, il capo dell'esecutivo viene deciso dai partiti sulle alleanze che si fanno dopo le elezioni dei deputati.
I tempi erano stretti e Montilla ha scelto il 28 novembre. Curiosa la reazione sul fatto che, essendo la domenica nella quale si gioca a Barcellona la "classica" Barça-Madrid, potrebbe esserci scarsa affluenza alle urne. Al momento in cui scriviamo si sta trattando di anticipare la partita al sabato, ma la cosa è in mano alle potenti società concessionarie dei diritti televisivi.
L'importanza di queste elezioni l'ha sottolineata lo stesso presidente, definendole come quelle decisive non per quattro anni ma per un'intera generazione.
Secondo le inchieste, dopo due legislature i socialisti perderanno la presidenza in favore di CIU (Convergència i Unió), il partito del vecchio ed ancora influente Jordi Pujol, che governó il paese per 23 anni consecutivamente. Il suo candidato, Artur Mas, è rimasto in attesa per due legislature ed ora raccoglie i frutti del suo lavoro, ma anche degli errori e dell'ambiguità del partito socialista catalano, troppo soggetto al grande PSOE, il Partito Socialista Obrero Español.

domenica 5 settembre 2010

Università, lingua e normalità


La distanza della realtà catalana dalla normalità del resto dei paesi democratici si dimostra periodicamente, e per disgrazia assai spesso, con polemiche che si generano intorno ad argomenti che in una società matura non si pongono nemmeno, come la necessità di conoscere la lingua di un paese per poterci lavorare.
Le conseguenza dell’annuncio dell’approvazione di un decreto che impone ai professori universitari che vogliano ottenere un posto in Catalogna l’obbligo di dimostrare un livello di conoscenza minimo del catalano, il clamore che ne è derivato porta a pensare che dietro l’opposizione ad una cosa tanto ovvia non ci sia altro che una triste resistenza corporativa oppure un’avversione politica inaccettabile.
La ferma posizione di alcuni rettori, come quello dell’Università di Lleida, contrasta con alcune voci che si fanno scudo con un’assurdo cosmopolitismo del sapere per difendere il diritto dei docenti a non conoscere la lingua dei loro alunni che, ricordiamo, arrivano all’università con un livello di conoscenza del catalano certificato come sufficiente.
I criteri di eccellenza, discutibili, che escludono come non necessaria la conoscenza della lingua non sono altro che una copertura per nascondere la pigrizia mentale o la cattiva fede.
Il decreto del governo stabilisce una serie abbastanza ampia di meccanismi e formule per dimostrare la propria competenza linguistica. Un catalogo di facilitazioni che farebbe arrossire chiunque, figuriamoci quando è rivolto a persone di dimostrata eccellenza intellettuale. Comunque sia, il Governo della Generalitat non puó sottostare a pressioni o cedere nemmeno di un millimetro nell’approvazione di un decreto che non solo è necessario per rendere normale la vita universitaria ma soprattutto perché è un passo in più per mettere la lingua di questo paese dove dev’essere, e cioé nella più semplice normalità.

Editoriale de l'Avui domenica 5 settembre 2010

Traduzione di Marco Giralucci

giovedì 29 luglio 2010

Dramma della disoccupazione?



di Daniele Germani

Primi effetti della legge che ha cancellato i duelli tra uomini e tori in Catalogna. Vile attacco in stile fascista presso la sede di ERC, il partito della Sinistra Repubblicana, da parte di Enrique Guillen
Evidentemente deluso dalla decisione di proibire le corride in Catalogna, Enrique Guillen, insieme ad un manipolo di complici, ha devastato il locale. Bilancio: un ferito non grave. La vendetta è un piatto che va servito freddo, o almeno così recita il famoso detto. Evidentemente il torero Guillen ha un’idea totalmente differente su questa proverbiale tempistica e, solo a poche ore dalla ratifica della legge del Parlamento catalano che abolisce le corride in Catalogna, si è presentato presso la sede di Barcellona di Esquerra Repubblicana de Catalunya e ha devastato il locale dove era in corso una riunione della JERC, la sezione giovanile del partito, ferendo un militante e mandandolo all’ospedale. Secondo Guillen, ERC gli avrebbe rovinato la vita. ERC difatti è uno dei due partiti, insieme ai verdi ecomunisti, ad aver sempre sostenuto la legge di iniziativa popolare che nel dicembre scorso, democraticamente firmata da ben180.000 cittadini, aveva dato via all’iter per l’abolizione delle corride in Catalogna. Iter che si è concluso proprio ieri 28 luglio, con l’approvazione a maggioranza di tale legge. In effetti, a causa di questa legge, il torero a partire dal 2012 si troverà disoccupato. O, quanto meno, lo sarà in Catalogna.
AGGRESSIONE FASCISTA’S STYLE- L’aggressione è stata abbastanza anomala, ma di chiaro stampo fascista, almeno per quanto riguarda la tecnica usata. Il torero si è presentato verso le 17.00 presso la sede del partito e si è fatto identificare. Dapprima ha dichiarato le sue generalità, ha consegnato il suo documento di identità e poi ha iniziato a dare in escandescenza. All’inizio inveendo contro ERC, rea, secondo lui, di avergli fatto perdere il lavoro e poi distruggendo una bacheca informativa. I militanti, spaventati, hanno chiamato la polizia, che ha tardato ad arrivare. Il ritardo è stato fatale. Infatti dopo pochi minuti Guillen è tornato, stavolta in compagnia di tre complici, due uomini e una donna (sua moglie, a quanto pare) e insieme hanno iniziato a mettere a soqquadro il locale, minacciando di incendiare tutto.
UN FERITO NON GRAVE – La devastazione è stata rapida e il panico ha invaso i presenti. I giovani del partito hanno tentato di far calmare gli aggressori, ma non c’è stato verso, e anzi, i tre, dopo aver distrutto una libreria, hanno tentato di aggredire i convenuti. A farne le spese è stato un giovane militante, che colpito violentemente da una sedia, è stato ricoverato all’ospedale per accertamenti, ma che risulta non essere stato ferito gravemente. La polizia è arrivata quando tutto si era già concluso. Ha raccolto le testimonianze dei presenti e la denuncia contro gli aggressori.
TUTTO È POLITICA? – L’ufficio stampa di ERC, per voce di Laura Baquedano, ci ha assicurato che questa aggressione non ha nulla a che vedere con la questione indipendentista, che negli ultimi mesi sta prendendo sempre più spazio nella politica spagnola e quella catalana, ma che aveva a che vedere solo ed esclusivamente con la proibizione delle corride. La signora Baquedano ha dichiarato inoltre che “apparentemente Gillen non era nè ubriaco, nè drogato”. La vergognosa aggressione subita dai ragazzi di ERC è quindi da ascrivere alla rabbia e nulla più. Resta comuqnue un evento che riempirà l’agenda politica dei prossimi mesi, essendo comunque accaduto in un contesto politico che va in crescendo, e che non potrà essere certamente ignorato dall’opinione pubblica. ERC questa mattina ha presentato una denuncia nei confronti del torero e dei suoi complici, che nei prossimi mesi dovranno rispondere di quanto accaduto.
L’ULTIMO TORERO DI CATALOGNA – Abbiamo tentato di raggiungere Guillen telefonicamente farci raccontare la sua versione dei fatti, ma non c’è stato modo. Guillen è l’ultimo torero catalano in attività. Già a febbraio scorso aveva lasciato importanti dichiarazioni riguardanti la votazione che poi ieri ha decretato ufficialmente la chiusura di tutte le plazas de toros della Catalogna: “Se passerà la legge, sarà una rovina per tutti e ci saranno ripercussioni anche a livello nazionale”. “Non voglio essere l’ultimo torero catalano della storia” ha inoltre aggiunto “a ricevere una ‘alternativa’ (la prestigiosa promozione da novizio a matador, nda)”.
A quanto pare invece lo sarà, e dopo i gravi fatti di ieri pomeriggio, forse le sabbiose arene delle plazas de toros non lo vedranno protagonista per un bel po’ di tempo.

mercoledì 28 luglio 2010

Dal 2012 stop alle corride in Catalogna



di Daniele Germani

Storica decisione del parlamento autonomo della Catalogna, che questa mattina ha approvato la sospensione definitiva della programmazione delle corride su tutto il territorio catalano, a partire dal 2012. È la seconda comunità autonoma spagnola a proibire questo spettacolo, definito come “tortura indegna” dai promotori della legge popolare approvata il 18 dicembre scorso dallo stesso parlamento catalano. Non tutti gli spettacoli taurini saranno proibiti, ma solamente quelli che implicano la morte violenta del toro. I promotori della legge di iniziativa popolare, la “Piattaforma Basta” (Plataforma Prou), avevano fatto appello alla ragione, alla compassione e alla civiltà dei cittadini prima, che avevano firmato in 80.000 per presentare al parlamentino regionale la proposta di legge approvata oggi, e ai gruppi parlamentari poi.

DECISIVI I VOTI DEI SOCIALISTI E VERDI – Il voto è restato in bilico per tutta la durata della votazione. L’ ERC, partito di estrema sinistra, e l’ICV (comunisti e verdi), avevano dato istruzioni ben precise ai loro rappresentanti, dichiarando da tempo il loro appoggio alla sospensione delle corride. Contrari invece Ciudadanos e il Partito Popolare. In partenza quindi i voti a favore dell’abolizione erano 33 contro 18 contrari, mentre ben 85 deputati non avevano avuto istruzioni di voto. Sono risultati decisivi i 38 voti del Partito Socialista Catalano e dei 48 del CiU (Convergència i Uniò), che avevano lasciato ai propri deputati la libertà decisionale. La votazione finale è stata di 68 voti favorevoli, 55 contrari alla proibizione e 9 astenuti.

I TORI IN AIUTO DEGLI INDIPENDENTISTI – La Catalogna, insomma, volta un’altra pagina della sua storia, distinguendosi sempre più dal resto del territorio spagnolo. Nelle ultime settimane il dibattito contro le corride aveva assunto contorni fortemente politici, e i toni si erano notevolmente alzati, identificando i “pro-toro” con gli indipendentisti, e contrariamente gli “anti-toro” con i partiti che considerano la Catalogna come territorio spagnolo, probabilmente in maniera troppo semplicistica. La questione taurina, infatti, è stata affrontata più volte nella storia iberica: nel 1991 la Spagna vide le Canarie come prima comunità autonoma proibire la tauromachia, e le isole hanno davvero poco in comune con le questioni indipendentiste e autonomiste. Ma è evidente come l’imponente manifestazione popolare che il 10 Luglio scorso ha visto un milione di persone in strada a Barcellona a favore dell’indipendenza territoriale, abbia in un certo modo contribuito alla vittoria del no alle corride. I catalani hanno preferito ribattere ancor di più che loro non sono spagnoli, e che le spagnolissime corride non fanno quindi parte delle loro tradizioni.

LO STOP COSTA CARO, MA NON TROPPO– Nel 2008 in Catalogna sono state effettuate 16 corride, a fronte, ad esempio delle 343 di Madrid. Le corride catalane, quindi, non hanno mai rappresentato una voce fondamentale per le finanze della Catalogna, ma la loro proibizione porterà degli effetti negativi a tutti i cittadini che vi risiedono. Viene infatti stimato da 300 a 500 milioni di euro il mancato introito che lo stop alle corride produrrà alle casse regionali. Di questi, una buona parte deriverà dall’acquisto delle “plazas de toros” da parte della regione, che verranno così utilizzati per altri scopi commericiali. La spesa quindi procapite per ogni cittadino catalano sarà di circa 40 euro, che verrà ammortizzata in un aumento graduale delle imposte.

sabato 24 luglio 2010

Il diritto internazionale, a favore della Catalogna



di Oriol Junqueras, deputato al Parlamento Europeo

23 luglio 2010


La sentenza che ha emesso il Tribunale dell’Aja sul Kossovo rende un po’ più facile la strada verso l’indipendenza della Catalogna.
È un giorno nel quale si dev’essere molto contenti. Nonostante il Trattato di Lisbona riconoscesse legittimità ai processi democratici all’interno dell’Unione Europea, c’erano ancora molti catalani che, nel caso di dichiarazione dell’indipendenza, temevano un’isolamento del nostro paese.
Il Tribunale de l’Aja, sostenuto anche dagli Stati Uniti e dalla maggioranza degli stati europei, ha deciso che, quando sia garantito il processo democratico, non c’è nessuna norma del Diritto Internazionale che proibisce la dichiarazione d’indipendenza.
Questo vuol dire che il principio democratico si pone al di sopra dell’integrità territoriale. Credo di poter dire che oggi la democrazia ha fatto un passo avanti in tutto il mondo.
Il massimo organo giuridico dell’ONU ha riconosciuto che i cittadini hanno il diritto di decidere a quale stato vogliono essere parte, alla stessa maniera che decidono sulla politica economica o sulla necessità di una riforma sanitaria.
Le frontiere non sono più l’esito delle alleanze e nemmeno delle guerre.
Da un punto di vista storico, il riconoscimento dell’autodeterminazione è un passo in più nella conquista civile del potere decisionale, cominciato col riconoscimento della libertà politica, fino al suffragio universale, passando per il diritto di voto alle donne.
Di sicuro credo che sia il momento che i politici spagnoli comincino ad accettare le regole del gioco democratico. Non si può, come nel caso del Kossovo, essere alleati con Russia Cina e Serbia che non si distinguono precisamente per il rispetto dei diritti umani, prendendo senza necessità le distanze dai paesi democratici.
Ancora peggio se teniamo conto che tutti gli argomenti spagnoli si riducono a dire che l’indipendenza del Kossovo era illegale.
Adesso che il tribunale Internazionale dell’Aja adesso ha affermato che tutto è legale, il Governo spagnolo continuerà testardamente a negare i processi democratici? E con quali pretesti?

Traduzione di Marco Giralucci

domenica 18 luglio 2010

Da preoccupati a tranquilli...



Vicent Sanchis è opinionista politico, è stato direttore del giornale l'Avui e riveste un ruolo molto critico nel mondo politico.
Pubblichiamo un suo breve articolo, indicativo dello sconcerto che si vive in Catalogna ad una settimana dalla manifestazione che ha visto in piazza oltre un milione di persone a protestare contro una sentenza del tribunale costituzionale che limita l'autogoverno e soprattutto toglie valore legale alla definizione della Catalogna come nazione. Delusione e rabbia dopo le reazioni dei partiti politici e dopo i tentativi di trovare unità rispetto allo stato spagnolo.

"Zapatero l'ha confessato ieri (17 luglio ndt) senza prudenza nè vergogna, nella riunione del Comitato Federale del PSOE, che di federale ha solo il nome. Il premier socialista e presidente del governo ha confessato che sabato 10 luglio era "preoccupato" per la situazione della Catalogna, che considerava "difficile". Ed anche preoccupato per le relazioni con il PSC (Partito Socialista di Catalogna ndt). Adesso no. Adesso vede tutto a colori e si sente ottimista perché ha capito che le manifestazioni sono solo manifestazioni.
E ancora meglio quando passano per il setaccio della stampa di Madrid, perché poi la Spagna ha vinto i mondiali e questo ha provocato un'euforia anche in Catalogna e perché alla fine al PSC è bastato leggere a voce alta il preambolo dello Statuto di Catalogna al Parlamento catalano e continuerà a votare qualsiasi cosa il presidente presenterà anche a quello spagnolo.
Perchè dovrebbe preoccuparsi, presidente? I catalani sono come le scimmie, e con una manciata di noccioline saltano contenti.
Se Zapatero torna a sorridere e intuisce che la Catalogna non merita inquietudine, amici e compagni, qualcosa avremo pur sbagliato!"


da l'Avui del 18 luglio 2010

sabato 17 luglio 2010

Padania? No, grazie!



Barcellona, Girona, Lloret de Mar, Mirò, Gaudì e la Sagrada Familia, il Camp Nou e l’F.C. Barcellona più noto come il Barça.
È molto probabile che la maggior parte degli italiani, e non solo, colleghino automaticamente queste città, persone e luoghi direttamente e unicamente alla Spagna; non è del tutto errato, ma non è neanche tutta la verità. I nomi citati possiedono un importante elemento in comune: sono tutti parte della storia, del territorio o della società della Catalogna. E tra Spagna e Catalogna le differenze sono davvero abissali. E attenzione, la Catalogna e la sue ambizioni separatiste poco hanno a che fare con la Padania.

Il perchè di tutto questo ce lo spiega Daniele Germani, che il 14 luglio scorso ha pubblicato sul giornale digitale Giornalettismo un lungo articolo intitolato L’Europa e la questione catalana: perché non si può sottovalutarla.
Ve ne proponiamo alcuni stralci veramente interessanti.

LA CATALOGNA, QUESTA SCONOSCIUTA
Il territorio che va dai Pirenei mediterranei, compresa la regione sud della Francia con capitale Perpignan, fino a sud, Comunità Valenciana e isole Baleari comprese, nonché la regione sarda di Alghero, ha costituito per centinaia di anni uno stato indipendente e potente, la Catalogna appunto, che ha imposto per secoli il proprio dominio al Mediterraneo, conquistando anche buona parte della penisola italica ed esercitando una massiccia influenza economica e culturale a tutto il meridione d’Italia. Basti considerare che il catalano, la lingua che si parla in Catalogna insieme allo spagnolo, per un lungo periodo fù anche lingua ufficiale dell’ allora Regno delle Due Sicilie. Oggi in Italia è riconosciuta come idioma puro ed è anche lingua ufficiale minoritaria della città di Alghero. Per la comprensione della questione catalana, e il perchè essa sia così importante per la Spagna e soprattutto per la Comunità Europea, senza addentrarci troppo in questioni storiche bisogna però fare un piccolo passo indietro e ripercorrere rapidamente la storia di questa regione. Fino all’11 settembre 1714, giorno della caduta di Barcellona e del Regno di Aragona per mano di Filippo V, che inglobò il territorio catalano in quello che diventerà l’attuale Spagna, la Catalogna fu un vero e proprio stato indipendente, nato quasi un millennio prima, nel X secolo, per mano di Vilfredo I. La conquista spagnola della Catalogna si protrasse fino al 1932, quando essa, dopo la caduta del dittatore Primo de Ribera, si dichiarò autonoma. Nel 1939 il dittatore Franco conquistò ancora la regione, iniziando una repressione che durò fino alla sua morte, nel 1975. Durante questo arco temporale, i separatisti furono duramente repressi e il sangue catalano scorse a fiumi. La castello-fortezza di Montjuic a Barcellona divenne il triste simbolo della repressione franchista; migliaia di catalani vi furono imprigionati, torturati e uccisi per questioni razziali o solo erano stati sentiti parlare il catalano. La lingua catalana era proibita, tanto più lo erano i simboli e le bandiere catalane; sfidare questo divieto portava direttamente nelle segrete di Montjiuc. La morte del dittatore sapgnolo diede nuova vita alla questione separatista della Catalogna. Il 1977 è ricordato dai catalani come l’anno della prima imponente manifestazione democratica a favore dell’indipendenza. Vi fu una presa di coscienza che diede impulso al primo statuto della regione autonoma della Catalogna, la quale, con la riforma della costituzione spagnola sempre del 1977, potè finalmente ristabilire una sorta di autogoverno. Per più di 30 anni, il governo catalano ha lottato al fine di guadagnare sempre più autonomia, imponendo le proprie forze di polizia (i Mossos d’Esquadra), leggi che regolamentano l’istruzione e la sanità, ma potendo fare poco riguardo l’autonomia economica. Ed è proprio questo il punto cardine dove fa perno la nascente “questione catalana”, e che rischia di incendiare il panorama politico internazionale
.
http://www.giornalettismo.com/archives/72569/leuropa-questione-catalana/

domenica 11 luglio 2010

Cos'è la famosa "Estelada"



Estelada è il nome della bandiera dell'indipendentismo catalano. Sopra le quatre barres della bandiera storica della Catalogna c'è un triangolo blu con una stella bianca.
Fu inventata nel 1918 ispirata a quella di Cuba che era riuscita a rendersi indipendente dalla Spagna nel 1898. Si diffuse poco a poco come simbolo indipendentista fino al 1922 quando Francesc Macià l'adottó come bandiera ufficiale della Repubblica Catalana che tentó di avviare prima di essere esiliato dal dittatore Miguel Primo de Rivera.
Da allora è stata adottata da molti partiti e organizzazioni della sinistra radicale, ma dopo le consultazioni sull'indipendenza e l'ultima manifestazione del 10 luglio 2010 pensiamo che si sia trasformata in un simbolo comune a tutti coloro che non accettano più di essere spagnoli.

Come se tutti gli abitanti di Barcellona...


Come se tutti gli abitanti di Barcellona...scendessero a piedi per Paseig de Gràcia tutti insieme: è stata la manifestazione più grande della storia della Catalogna, un milione e mezzo di persone per reclamare autogoverno e indipendenza.
Credo che abbia ragione Xavier Sala Martin: "Spain, game over!"
E aggiungo anche che la libertà non te la regala nessuno, te la devi prendere.
Forza ragazzi, ormai ci siete!

venerdì 9 luglio 2010

Decidiamo noi!

Lo slogan è: siamo una nazione, decidiamo noi. Una frase come questa suona molto strana, per chi non viva in Catalogna.
Per gli europei, in genere, le parole nazione e nazionalismo evocano memorie nefaste ma qui, dove la gente si sente sopraffatta ed invasa da uno stato che non vive come proprio, è facile comprendere la mobilitazone di sabato 10 luglio con uno slogan di questo genere.
Al contrario, tutti quelli che abitano qui sanno benissimo che essere nazionalisti catalani vuol dire voler decidere da soli, essere indipendenti dallo stato ma senza la minima ombra, con il massimo della democrazia.
Questa volta saranno presenti non solo le associazioni culturali e politiche, ma anche i sindacati e il presidente del governo autonomo, la Generalitat, accompagnato da tutti gli ex presidenti e anche dagli esponenti dell’opposizione.
Ci saranno praticamente tutti i catalani, per affermare il proprio desiderio di autogoverno e la non accettazione di una sentenza emessa dal tribunale costituzionale statale, che riduce drasticamente le ambizioni di autogoverno.
Mancheranno solo i Popolari, che sono responsabili della situazione, avendo presentato loro stessi il ricorso che ha dato luogo alla sentenza.
Ómnium Cultural è l’associazione che da tempo preparava un’evento come questo, e via via si sono aggiunti anche i partiti e il presidente, con le difficoltà di concordare il testo dello striscione di partenza. Sembra che ormai tutti siano d’accordo: lo striscione in prima fila diviso in due parti e il presidente dietro la Senyera, la bandiera catalana.
Da segnalare due coincidenze che avranno effetti psicologici: la pubblicazione della sentenza completa e la coincidenza dell’ottima posizione spagnola ai mondiali di calcio che, come dovunque, unisce molti sportivi sotto la stessa bandiera. I catalanisti però si consolano con il fatto che sette calciatori sono del Barça.

domenica 4 luglio 2010

Il 10 luglio ci saremo anche noi


É un momento difficile per l'autogoverno della Catalogna, il suo Statuto d'autonomia è stato "ritagliato" da un tribunale costituzionale, composto da membri legati ai due grandi spagnoli PP e PSOE, il cui mandato era scaduto.
Sabato prossimo a Barcellona ci sarà una grande manifestazione, organizzata da un'associazione culturale, OMNIUM CULTURAL, alla quale hanno aderito tutti i partiti e le associazioni salvo Partito Popolare e Ciutadans per Catalunya, per riaffermare i valori dell'autodeterminazione: NOSALTRES DECIDIM, SÓM UNA NACIÓ.
CatalognaOggi sarà presente.
Sabato 10 luglio 2010
Ora:
18.00 - 18.30
Barcelona (Passeig de Gràcia
cruïlla amb Diagonal)

martedì 29 giugno 2010

Addio, Spagna!




È stata resa pubblica, in parte, la sentenza del Tribunale Costituzionale spagnolo sul ricorso presentato dal Partito Popolare e dal Difensore del Popolo relativo alla legittimità di molti articoli della legge organica che permette l'autogoverno della Catalogna.
Rimandando ad altri articoli maggiori dettagli, riportiamo la valutazione che ne ha fatto immediatamente il partito Esquerra Republicana de Catalunya.

Il 30 settembre 2005 il Parlamento della Catalogna aveva approvato, per stragrande maggioranza, il progetto del nuovo Statuto di Autonomia. Quel testo, espressione unitaria delle aspirazioni di autogoverno del popolo catalano, subì tante modificazioni al Parlamento spagnolo che gli indipendentisti catalani non ne votarono l’approvazione definitiva. Nonostante le modifiche, la maggioranza di cittadini della Catalogna ne confermò il testo attraverso un referendum il 18 giugno 2006 perché capì che era meglio quel piccolo passo avanti piuttosto che rimanere senza un documento tanto importante.

La sentenza che il Tribunale Costituzionale spagnolo ha appena reso pubblica significa la seconda modificazione grave dello Statuto e va contro un atto di legittimità del popolo catalano manifestato nelle urne per referendum. Dall’altro canto, si tratta di 10 giudici di un tribunale ormai senza alcun prestigio e convertito in campo di battaglia degli interessi inconfessabili dei grandi partiti spagnoli.

Oltre ad alterare lo Statuto, il Tribunale Costituzionale spagnolo ha modificato le condizioni di un patto politico, senza tener conto della volontà popolare e dei partiti politici rappresentativi del popolo catalano per cui adesso risulta chiaro che quello che vuole una parte importante dei cittadini catalani non c’entra nella Costituzione spagnola.

Quelli che vogliono che la Catalogna sia uno Stato indipendente dentro l’Unione Europea, adesso sono più convinti che mai che questa sia l’unica via realista per ottenere l’affermazione nazionale. E oggi, dopo l’attacco dei giudici spagnoli alla loro autonomia, ci saranno più catalani convinti della necessità e dell’opportunità che la Catalogna abbia uno Stato proprio.


http://www.esquerra.cat/actualitat/declaracio-desquerra-sobre-la-sentencia-de-lestatut

martedì 22 giugno 2010

Le rivoluzioni nascono così


Il sentimento di autodeterminazione dei catalani è piuttosto alto e sta crescendo vistosamente. Nel settembre scorso in un paese poco lontano da Barcellona, Arenys de Munt, si è celebrata quella che sarebbe diventata la prima di una lunga serie di consultazioni pubbliche con un successo inaspettato. Si è trattato di un referendum vero e proprio, senza valore legale perchè organizzato da associazioni private. La differenza con quelli ufficiali è nel fatto che questi, in Spagna, sono regolati molto severamente e praticamente impossibili da realizzare.
Per quanto riguarda l'autodeterminazione, la Costituzione del 1978 all'articolo 2 precisa di essere basata sulla "indissolubile unità della Nazione spagnola, patria comune e indivisibile di tutti gli spagnoli". Il sentimento nazionalista degli spagnoli in generale è assai marcato, soprattutto nei confronti di baschi e catalani che su questo hanno una visione assai diversa. Per i primi la Spagna è un solo grande paese, per gli altri l'indipendenza l'obiettivo da raggiungere.
Interessante notare il duplice sentimento che anima soprattutto i madrileni: l’anticatalanismo da un lato e il desiderio di supremazia su una regione che considerano parte integrante della loro Spagna: mentre da una parte si criticano i catalani con le loro abitudini e i loro difetti, dall'altra tutto lo stato approfitta della produttività e del gettito fiscale che questo popolo apporta, senza restituirgli in servizi quello che paga in tasse.

Immaginiamo quindi le reazioni che un referendum come questo può suscitare, in particolare quando il quesito é “Lei è d’accordo che la Catalogna diventi uno stato di diritto, indipendente, democratico e sociale integrato nell’Unione Europea?
La società catalana si è mobilitata con risultati sorprendenti, oltre un milione e mezzo di persone – su una popolazione totale di sette - ha votato finora in una consultazione popolare straordinaria, sostenuta a denti stretti dai partiti indipendentisti, e avversata da socialisti e popolari.
L’organizzazione è dal basso, in ogni paese o cittadina si costituisce un comitato -chiamato piattaforma- che organizza con fondi propri tutte le operazioni, dal reperimento dei locali a tutto il necessario per un referendum in piena regola.

I numeri parlano chiaro: fino ad oggi si è votato in 510 municipi sparsi in tutta la Catalogna, il censo elettorale era di tre milioni scarsi di cittadini dei quali ha votato il 20%.
Di questi 600.000 voti il “si” ha ottenuto il 93%, il “no” 5%.
Con numeri come questi, alle prossime elezioni per il Parlamento di Catalogna, i partiti politici tremano.
L’attivismo dei comitati non cessa e dà l’assalto alle grandi città, come ad esempio Barcellona, che per la dimensione e per il potere socialista in campo avverso, è la più difficile da conquistare.

Come si sa le rivoluzioni nascono così e questa, anche se pacifica, ha tutto l’aspetto di esserlo.

venerdì 18 giugno 2010

Milano-Roma vs Barcellona-Madrid


Antonio Padellaro è il direttore de Il Fatto Quotidiano, ieri l’abbiamo ascoltato nella sala strapiena del Collegio degli Avvocati di Barcellona, insieme con Marco Travaglio, giornalista noto a tutti in Italia e fuori. Gli organizzatori hanno dovuto rifiutare l’ingresso a moltissimi che pur avendo prenotato via internet, non sono arrivati con sufficiente anticipo. Una platea attenta ha sentito il racconto di un’Italia censurata, assuefatta alla commedia di un potere che ormai, anche grazie alla crisi economica internazionale, potrebbe essere ad una svolta importante. Anche se, secondo Travaglio, non si può sapere cosa ci sia dietro l’angolo, come non lo si sapeva quando Berlusconi scese in campo a colmare il vuoto dopo tangentopoli.
Potremo tutti vedere la conferenza perchè sarà presto pubblicata in video ma segnaliamo solo un dettaglio dell’intervento di Padellaro che, forse un po’ stanco dopo una giornata di conferenze e incontri pubblici, diceva “ girando per l’Europa: siamo stati a Parigi, a Londra ed oggi siamo qui a Madrid…- in sala un momento di perplessità-… scusate, a Barcellona… ho fatto una gaffe monumentale…-applausi e sorrisi-…è come se a un romano uno avesse detto che siamo a Milano”. Ed ecco apparire un preconcetto italiano, il paragone Milano-Roma uguale Barcellona-Madrid. Anche una persona sicuramente informata e di cultura come questo valente giornalista, vede le cose dal punto di vista statale, Barcellona e Madrid sono nello stesso stato. Come in Italia ci sono cose che tutti sanno ma non si dicono, anche qui tutti sanno che la Catalogna non è Spagna, ma “fuori” non lo si dice. Quindi la gaffe di Padellaro non è di aver confuso Barcellona con Madrid, ma di aver paragonato due paesi completamente diversi, attraverso il paradigma della rivalità fra due grandi città di uno stesso stato, segno che della realtà della città nella quale è venuto a parlare, non è informato come dovrebbe.

domenica 13 giugno 2010

Sport e/è politica



Oggi 13 giugno 2010 per la Catalogna è un giorno importante, giorno di elezioni per scegliere il nuovo presidente del “Futbol Club Barcelona”, conosciuto in tutto il mondo come Barça. Se si chiede a qualcuno, in Spagna o all’estero, il nome del Presidente della Generalitat (governo della regione autonoma catalana), in pochi sapranno rispondere. Tutti invece sanno che Joan Laporta è stato il presidente del Barça fino ad oggi e dal primo luglio impareranno quello di Sandro Rosell, eletto con una maggioranza schiacciante.

Seicento giornalisti accreditati, tutti i mezzi di comunicazione locali e internazionali hanno coperto l’evento: negli ultimi giorni ci sono state decine di interviste individuali e 4 dibattiti televisivi con gli aspiranti alla presidenza di una società con circa 170.000 membri dei quali 118.665 erano chiamati al voto. Quasi la metà si è recata personalmente al Camp Nou per depositare nell'urna la propria preferenza.

Il Barça non è una società per azioni, bensí un club nel quale ognuno dei soci vale un voto, e per essere eletti al consiglio direttivo si deve presentare una candidatura sostenuta da un minimo di firme.
Cosa voglia dire essere presidente del Barça di oggi, quando la squadra pigliatutto e del calcio spettacolo introdotto da Johan Cruiff, gira per il mondo raccogliendo consensi fino al punto di decidere di essere lei stessa sponsor dell’UNICEF, è abbastanza semplice da capire.
Ma quando tutti i giocatori, catalani o meno, salutano il pubblico al grido di “visca el Barça, visca Catalunya” sollevando un’ovazione generale, la comprensione richiede maggiori informazioni.

Politica e impegno sociale sono sempre stati presenti nell’attività del celebre club. Fondato nel 1899 da Joan Gamper, uno svizzero che ne fu cinque volte presidente, eccettuate le imposizioni di due dittature, ha quasi sempre conservato il sistema elettivo attraverso il voto dei soci in assemblea.
Nel 1925 la febbre anticatalanista del dittatore Miguel Primo de Rivera arrivó a chiuderne lo stadio per sei mesi, allora nel quartiere de Les Corts, perché durante una partita di omaggio al coro dell’Orfeo Català -altro baluardo del catalanismo- l’inno spagnolo era stato fischiato. Lo scoppio della guerra civile nel 1936 vide il presidente Josep Sunyol fucilato dai soldati franchisti.

Més que un club, più di un club, si dice negli statuti del Barça, e fra le finalità ci sono “la promozione e partecipazione ad attività sociali, culturali, artistiche, scientifiche o ricreative necessarie per garantire la sua partecipazione pubblica, frutto della tradizione di fedeltà e servizio ai soci, ai cittadini, alla Catalogna”.
Tutti i gli aspiranti presidenti hanno dichiarato che il club continuerà comunque ad essere catalanista, al punto che nell’ultima riunione del direttivo uscente si è deciso di mettere a disposizione il Camp Nou per le consultazioni dell'aprile del 2011, organizzate da gruppi di cittadini sull’indipendenza della Catalogna dallo stato spagnolo.

giovedì 6 maggio 2010

Le quattro colonne


Dopo quindici anni di richieste da parte di diverse associazioni come la Xarxa d'entitat Civiques i Culturals pels Drets i Llibertat Nacionals e di promesse non mantenute da parte del Comune, sembrava che entro l’anno sarebbero cominciati i lavori di restituzione di un importante simbolo distrutto dai regimi fascisti succedutisi in Spagna. Parliamo della ricostruzione delle quattro colonne ioniche progettate dall’architetto Josep Puig i Cadafalch, costruite nel 1919 e demolite dal regime di Miguel Primo de Rivera nel 1928.
Anche se con quasi un’anno di ritardo, nell'autunno del 2009 gli architetti Roselló-Santgenis avevano presentato il progetto definitivo e si era potuta fare la gara per l’assegnazione dei lavori.
Usiamo il condizionale perchè già nel febbraio di questo 2010 si sarebbe dovuta posare la prima pietra, ma fino ad oggi non se ne sa nulla.
Speriamo bene.
Approfittiamo per parlare della storia di questo che tutti chiamano "Les Columnes de Puig i Cadafalch", da nome del suo progettista.
Nelle colonne che si innalzano nella prospettiva verso il Palau Nacional, oggi MNAC, è evidente il riferimento alle quatre barres della bandiera catalana ma per capirne il significato è indispensabile un inquadramento storico. Barcellona preparava l’Esposizione Internazionale del 1929 e l'architetto Puig i Cadafalch coordinava tutto l’intervento urbanistico sulla collina di Montjuïc che ancora oggi ospita l’area fieristica. Questo monumento lo disegnò personalmente. Si trattava di un manufatto piuttosto grande, quattro colonne con capitello ionico, alte una ventina di metri e con un diametro di uno e mezzo. Il riferimento all’ordine classico dei capitelli metteva la Catalogna in relazione col mondo antico, democratico, civile. La posizione scelta era nella vista prospettica fra plaça Espanya e il Palazzo delle Esposizioni. La vista dal basso, inquadrata dai due campanili veneziani , poneva, nel punto dove oggi si trova la Font Màgica, le quattro grandi colonne che sopra i capitelli con quattro vittorie alate alla sommità.
L’Esposizione Internazionale si aperse regolarmente nel 1929, ma la dittatura che non sopportava una così evidente allusione alla catalanità fece demolire le quatre columnes.
La Font Màgica occupa oggi il punto esatto dove si trovavano e, dopo molti tentennamenti e proposte alternative, si è convenuto di ricostruirle appena più indietro. Si è scelto di non spostare la fontana, che nel tempo ha assunto un ruolo tradizionale nell’immaginario barcellonese e attira migliaia di persone con il suo spettacolo di suoni e luci. Per questo motivo il ritorno del simbolico monumento non mancherà di suscitare polemiche.